Leo se ne stava seduto sul prato del parco davanti scuola. Era ormai suonata la campanella da più di mezz’ora, ma non aveva alcuna voglia di tornarsene a casa e sentire le risatine di Clara con le amiche e i rimproveri della mamma per non aver fatto tutti i compiti. Oggi poi era il grande giorno: il giorno dei conti!
Sotto sua supplichevole insistenza (ed esasperante ovviamente!) papà Ugo gli aveva prestato la sua supersonica calcolatrice: aveva un sacco di funzionalità in più rispetto alla misera calcolatrice di Hulk che Leo era abituato ad usare e Leo non stava più nella pelle!
La ammirò alla luce del sole: grande, lucente, nera, da manager di successo. Era perfetta per mettere mano ai conti del mese: aveva risparmiato un bel pò ultimamente ed il suo salvadanaio ormai era panciuto.
“Chissà se stavolta riuscirò a comprarmi i fumetti di JohnnySkate in edizione limitata con i disegni di J-six, il più grande artista e skateborder degli ultimi due anni!” sospirò pieno di speranze e teso dai possibili risultati che i calcoli potevano dare. Sapeva che non erano semplici operazione, papà glielo aveva ripetuto più volte: i conti sono un’arte a cui dedicare tempo e pazienza. I conti hanno bisogno di ordine, concentrazione, fermezza.
Leo lo vedeva suo papà, alle prese con i conti ogni ultima domenica pomeriggio del mese. Il silenzio calava sulla casa, proprio appena la lavastoviglie finiva. Suo papà si alzava lentamente dal divano e con passo riluttante entrava nello studio. Faceva movimenti lenti e precisi, gli occhi erano di ghiaccio mentre prendeva l’agenda dei conti che custodiva nel cassetto “delle cose-che-no-tu-Leo-non-devi-assolutamente-toccare” della scrivania.
Se ne stava ore alla luce fioca della lampada, con le persiane delle finestre accostate, una nebbia densa nell’aria a rendere l’atmosfera ancora più cupa. Oh no, forse la nebbia era solo nella testa di Leo, ma poco importa. Era un rito, un esercizio di precisione che metteva a dura prova anche un pignolo come il suo papà.
“Ma che ci vorrà mai a fare questi conti” sbuffò con arroganza durante una di quelle domeniche, a pranzo “io voglio giocare a basket con te oggi pomeriggio, domani ci saranno le gare per qualificarsi alle olimpiadi sportive delle scuole! Non ci credo che sono così difficili questi conti, sei tu che non vuoi stare con me!” esclamò Leo con una smorfia, la voce sempre più forte e stridula.
Ugo lo fulminò con lo sguardo “Come puoi pensarlo, Leo! Non immagini quanta voglia avrei di stare con te, ma i conti…..i conti…oh, Leo, Leo…” sospirò scuotendo la testa con rassegnazione, mentre un raggio di sole gli illuminava il viso. Tacque per alcuni minuti, immerso nei pensieri, finchè si raddrizzò sulla sedia, unì le mani davanti a sè e si schiarì la voce come per fare un solenne annuncio. “E’ arrivato il momento, è ora che tu sappia. Oggi non giocherai a basket, oggi farai i conti insieme a me” scandì le parole lentamente, guardando Leo negli occhi con risolutezza. “Sarà difficile, suderai, tremerai, ma ce la faremo. Oggi ti insegnerò che cosa significa diventare adulti. Sarà un’avventura.”
Leo non era così sicuro di voler sapere che cosa significasse davvero diventare adulti, ma alla parola “avventura” non riuscì a resistere. E poi in fondo stava con il suo papà in quell’angolo intoccabile di casa che era lo studio. Guardò Ugo con convinzione e coraggio “Ok papà, sono con te, saremo una grande squadra oggi!” .
Quel pomeriggio capì che cosa singificava “far di conto” e vide quanto le tabelline che la professoressa Monella insisteva nel fargli memorizzare potessero davvero tornare utili. “Cavoli, la matematica allora non serve solo ad annoiare!” borbottò tra sè mentre annotava le spese fatte negli ultimi 30 giorni in una colonna vuota sulla sinistra di un grande foglio bianco. Sopra la colonna il papà aveva scritto a grandi lettere “USCITE”. All’inizio Leo pensava che Ugo si fosse bevuto troppo vino a tavola “Che diavolo c’entrano le porte ora?!”, poi aveva capito: quando si fanno i conti, si devono considerare i soldi che si sono spesi (“Ah ecco, quindi sono i soldi che escono!”) e i soldi che sono stati ricevuti (“la paghetta, ma certo!”).
Leo prese quindi il suo foglio dei conti con movimenti lenti e solenni. Nella colonna USCITE a sinistra annotò i soldi spesi, nella colonna ENTRATE scrisse i soldi che aveva ricevuto. Sommò tutti i numeri nella colonna Uscite e sommò tutti i numeri nella colonna Entrate. Poi li confrontò. “Hey papà, c’è qualcosa che non va! I numeri non sono uguali!” esclamò Leo preoccupato grattandosi il mento. Il papà scoppiò in una laconica risata “Benvenuto nel mondo dei conti Leo. La prima regola dei conti è che i numeri non combaciano mai, MAI! LA seconda regola è che quando i numeri non combaciano mai, è perchè le uscite sono più grandi delle entrate. La terza regola…beh la terza regola è che se le entrate sono più grandi delle uscite è bene che tu riveda i calcoli, perchè quasi certamente ci sarà un errore!”.
Quella sera Leo guardò di nuovo il suo foglio dei conti, con disapprovazione. Non poteva continuare ad avere le uscite più grandi delle entrate, altrimenti come poteva comprarsi la vernice nuova per lo skateboard o quei fantastici fumetti in edizione limitata? Si alzò dal letto e si fermò in piedi davanti allo specchio. Si guardò con aria di sfida e disse a quel bambino riflesso “Hai tempo un mese. Devi rimetterti in riga, tu troverai il modo di far diminuire le uscite. O crescere le entrate. O insomma, tu riuscirai ad avere le entrate più grandi delle uscite e senza errori di calcolo! Leo, ha inizio la tua missione: hai tempo un altro mese. Vai, diventa il supereroe dei numeri, protettore delle moltiplicazioni, le sottrazioni saranno la tua arma migliore! Coraggio!” Inspirò forte riempiendosi il petto. Oh sì, sarebbe diventato grande davvero e i fumetti sarebbero finalmente stati suoi! Già gli sembrava di sentire la leggerezza delle pagine sotto le sue dita…
“Leo?? Leeeeoo, ma dove diavolo ti sei cacciato? Che ci fai qui? Leeoooo!!!” Clara stava strillando il suo nome dall’altra parte del parco. Leo tornò alla realtà, si era totalmente perso nei pensieri. Erano passati 30 giorni da quella domenica pomeriggio con suo papà. Era ora di portare a termine la missione, ma lo avrebbe fatto a casa.
Si alzò con sguardo fiero e presa la cartella, si avviò verso casa con Clara e i suoi superpoteri.